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Un viaggio alla scoperta del Trecento riminese
Palazzi Arte Rimini, Sant’Agostino, Tempio Malatestiano e Museo della Città

Il passaggio a Rimini di Giotto intorno al 1300 aiutò la fioritura di una vasta schiera di artisti, miniatori, pittori e frescanti, che lavorarono anche fuori dal dominio malatestiano, in tutta la Romagna, le Marche, il Veneto ed anche nell'altra sponda dell'Adriatico, in Dalmazia.
Proprio dalle relazioni con la chiesa d'Oriente, gli artisti del Trecento riminese trassero caratteri poetici e spirituali che nessuna altra contemporanea scuola italiana possedeva. Le novità di Giotto si univano così con le più arcaiche iconografie bizantine. Il risultato di questa fusione fu un racconto pieno di contrasti, ieratico, ma carico di intensità sentimentali.

Neri, Giovanni, Giuliano, Zangolo, Francesco, Pietro, Giovanni Baronzio, hanno dato vita ad una stagione di altissimo livello, tributaria di Giotto, ma con peculiari e distinguibili caratteri stilistici che hanno fatto di Rimini, anche se per un breve periodo, un centro produttivo e culturale di alto livello, considerato come la più importante espressione pittorica trecentesca dopo quella fiorentina e senese.

Per scoprire e ammirare questa eccellenza artistica del territorio riminese il percorso prevede alcune tappe: il PART, il nuovo Museo di arte contemporanea di Rimini, le due maggiori chiese cittadine, la Chiesa di Sant’Agostino con il presbiterio ornato da splendidi affreschi e il Tempio Malatestiano, custode del crocifisso di Giotto, e il Museo della Città, dove si possono ammirare opere appartenenti ai principali maestri della scuola riminese, Giovanni e Giuliano da Rimini e il Baronzio.
 


PART – PALAZZI DELL’ARTE RIMINI
E proprio nel Part (Palazzi dell’Arte Rimini), in un diverso e inusitato dialogo con opere d’arte contemporanea all’interno dei restaurati edifici medievali della Sala dell’Arengo, trova spettacolare visibilità il Giudizio Universale (1310 circa), un grande affresco frutto di maestranze guidate dai pittori Giovanni e Giuliano da Rimini. Da qui inizia il nostro itinerario del Trecento riminese. Fu il terremoto del 17 maggio 1916 a svelare inaspettatamente, nell’abside e nella parte soprastante l’arco trionfale della Chiesa di San Giovanni Evangelista, detta di S. Agostino, questa grandiosa scena dipinta raffigurante il Giudizio Universale, nascosta dal soffitto settecentesco. Fu proprio il rinvenimento di questo e degli altri affreschi nella chiesa di Sant’Agostino che decretò, con l’approfondimento successivo degli studi, il riconoscimento di una vera e propria Scuola pittorica trecentesca locale.

Il Giudizio Universale era dipinto nel timpano dell’arco trionfale del presbiterio della Chiesa di Sant’Agostino. L’affresco, restaurato da Giovanni Nave tra il 1917 e il 1925, fu collocato nella Salone dell’Arengo nel 1926, dove già precedentemente era stata esposta la Mostra trecentesca dei recuperi con documentazione fotografica. Lì fu custodito sino al 1944 quando, per tutelarlo dalle devastazioni delle truppe di occupazione, fu trasferito fortunosamente nella Biblioteca Gambalunga, per poi ritornare all’Arengo dove rimane sino alla sua collocazione appositamente creata nel 1990 nel percorso del Trecento riminese al Museo della Città.

Nella fascia inferiore è raffigurato il consesso degli apostoli con San Giovanni Evangelista e S. Pietro e, a destra, S. Bartolomeo. Sono al cospetto del Cristo Giudice, in gran parte perduto, affiancato da angeli che recano strumenti della passione e il labaro della Resurrezione; a sinistra la Vergine e a destra San Giovanni Battista. In alto angeli che suonano le trombe, angeli che recano le palme e le corone agli eletti, mentre a destra altri angeli dotati di scudo e lance cacciano all’inferno i reietti. La composizione era completata in basso con la rappresentazione della resurrezione dei morti.


CHIESA DI SANT’AGOSTINO
Dalle polifore dell’Arengo, dove ora è custodito questo monumentale e raro capolavoro dell’arte italiana del Medioevo, si può vedere la chiesa di S. Agostino, luogo originario del Giudizio Universale e idealmente seconda tappa di questo viaggio.
Il ciclo trecentesco trovato in S. Agostino suscita da subito un ammirato smarrimento: è un poema raccontato sulle pareti, dove si fondono bellezza e mistero, la mistica del racconto evangelico e la profondità della devozione. Un racconto che esalta il santo dedicatario della chiesa, S. Giovanni Evangelista, ma che evidenzia anche il trionfo di Cristo, il grande Redentore benedicente, mitigato dalla sontuosa immagine della Madonna in Maestà. Il ciclo di affreschi per il livello qualitativo sarà di riferimento per altri pittori della seconda generazione, come Pietro da Rimini. La chiesa è un prezioso esempio superstite dell’età medievale della città, malgrado lo spazio liturgico abbia subito radicali trasformazioni nel '600 e '700 e complesse, anche calamitose, vicende conservative.
Tra le testimonianze della scuola riminese, il ciclo pittorico è il più completo e meglio conservato nella città, impresa collettiva dei fratelli Giovanni, Giuliano, Zangolo che operarono con un linguaggio comune per circa un cinquantennio, interrompendo l’attività in corrispondenza della peste nera del 1348 che decimò due terzi della popolazione riminese e che probabilmente fu anche la causa della scomparsa dalla scena artistica della Scuola riminese del Trecento.


TEMPIO MALATESTIANO
Fondamentale tappa è la visita al Tempio Malatestiano, la chiesa cattedrale riminese. Sigismondo Pandolfo Malatesta trasformò radicalmente l’originaria costruzione conferendo all’antica chiesa francescana conventuale le forme che ne fanno l’edificio emblema dell’Umanesimo italiano e scrigno di irripetibile unicità. La visita non può che rendere omaggio all’opera che strategicamente ha costituito da volano alla crescita della Scuola trecentesca riminese: il Crocefisso di Giotto. Dipinto da Giotto (Colle di Vespignanoca 1267 – Firenze 1337) per la chiesa dei francescani nel 1299 o all’inizio del ‘300, anno del Giubileo, il grande Crocifisso, mutilo degli apici, posto al centro del catino dell’abside, è un superstite documento pittorico, pare, di un più complesso apparato di affreschi absidali giotteschi voluto dai Malatesti, scomparsi per le ristrutturazioni di Leon Battista Alberti.
Il Crocifisso su tavola del Tempio costituisce il prototipo per i successivi crocifissi di scuola riminese, sparsi nella diocesi. Nel nuovo spazio architettonico albertiano, rimasto parzialmente incompiuto all’esterno, la Croce di Giotto, sopravvissuto frammento del tempio gotico, è la prima croce davvero moderna del pittore fiorentino, superando le sperimentazioni avviate da Cimabue, in un ricercato equilibrio del corpo del Cristo, tornito da un sottile chiaroscuro, in una fisicità nuova che contiene già il dramma e il dolore del mondo.


MUSEO DELLA CITTA’
Il percorso ad anello si conclude nelle sale del Museo della Città, nella sezione dedicata al ‘300 riminese, concentrato di veri capolavori, tempere dipinte su tavola e testimonianze lapidee e scultoree di età coeva.
Una pietra qui conservata proveniente dal cimitero di S. Francesco documenta la sepoltura di duemila morti di peste del 1348, data che coincide con la scomparsa dalla scena artistica della Scuola riminese del Trecento che aveva lavorato in tutta la Romagna, nelle Marche e nel Veneto. Alla loro diffusione non fu certo estranea la signoria malatestiana. I Malatesti furono i maggiori committenti dei pittori riminesi anche in forma indiretta, con protezioni e consenso alle loro opere.
In queste sale si può osservare il Crocifisso Diotallevi, appartenuto al marchese Adauto che nel 1936 lasciò l’opera al Comune di Rimini. Attribuito a Giovanni da Rimini, il più alto poeta della scuola, è opera dagli accenti ancora squisitamente gotici, diafano il corpo del Cristo, dolenti i santi negli apici laterali. E poi ancora il Polittico della Crocifissione, con i santi Cosma e Damiano, Caterina e Barbara, dal fondo oro finemente punzonato; Storie della passione di Cristo di Giovanni Baronzio, altra tempera su tavola facente parte di un dossale in origine nella chiesa dei Francescani di Verucchio; e ancora il Crocifisso Spina, dal nome dell’originario proprietario, dalla squisita accuratezza e esecutiva, con la presenza del donatore in basso nel tabellone; le due tavolette con la Resurrezione e Noli me tangere, provenienti dalla collezione inglese Dixon attribuiti a Pietro da Rimini. Non ultimo, tra le altre opere, il Polittico dell’Incoronazione della Vergine di Giuliano da Rimini dalla raccolta Audiface Diotallevi.